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L’immagine dei samurai come guerrieri guidati da un codice morale limpido e immutabile è in gran parte una costruzione posteriore. Nel Giappone delle guerre costanti, le scelte contavano più dei principi, e i legami personali più delle astrazioni. Questo post spinge lo sguardo oltre il mito, esplorando pratiche e relazioni che raramente trovano spazio nel racconto tradizionale — come il wakashudō — per capire come, nella realtà storica, affetto, gerarchia e fedeltà si costruissero ben lontano dai manuali di etica guerriera.
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L'episodio delle affissioni al Jurakudai, risalente al 1589 e documentato dal diario del nobile Yamashina Tokitsugu e dai monaci dei tempio di Kōfuku-ji a Nara e Rokuon-in a Kyoto.
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Nel Giappone degli Stati Combattenti, perdere il proprio signore significava perdere tutto: nome, terre, protezione, futuro. Noi, a distanza di secoli, ricordiamo i rōnin come figure affascinanti: guerrieri liberi, spesso più giusti dei loro padroni. Questa immagine, però, nasce dopo. Molto dopo. In principio, il rōnin non era un ideale, ma una conseguenza: l’esito di una sconfitta, di un errore o di un cambiamento politico improvviso. Attraverso alcuni casi storici, questo post prova a restituire i rōnin alla loro dimensione documentata: non icone romantiche, ma uomini costretti a trovare un posto in un mondo che stava crollando.
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Negli ultimi mesi il Giappone è tornato al centro dell’attenzione internazionale, non solo per un cambio di leadership, ma per una serie di segnali che suggeriscono un mutamento di tono e di priorità. Eppure, dalle tensioni regionali allo stallo comunicativo, dai rapporti con gli alleati, alle ricadute economiche e sociali interne, il nuovo corso del governo solleva più domande che certezze, mettendo in luce limiti strutturali, contraddizioni politiche e costi che la popolazione giapponese sembra ancora riluttante ad affrontare apertamente.
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Resoconto dell'esilio di Takayama Ukon. Tratto dal documento portoghese intitolato: "lettere che i Padri e i Fratelli della Compagnia di Gesù scrissero dai regni del Giappone e della Cina ai confratelli della stessa Compagnia in India e in Europa, dall’anno 1549 fino al 1580. Primo tomo. Seconda parte delle lettere dal Giappone scritte dai Padri e dai Fratelli della Compagnia di Gesù. Libro secondo.
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Iga e Kōga sono diventate, nel tempo, sinonimo di ninja. Ma nel resto del Giappone non esistevano “patrie” di assassini in nero: le attività clandestine erano improvvisate, disperse, tutt’altro che istituzionalizzate. Dietro i racconti leggendari emergono figure tragiche: mercenari riluttanti, prigionieri ricattati, spie costrette a rischiare la vita in cambio della sopravvivenza propria e delle loro famiglie. A muoverli non era un ideale, ma la necessità — e spesso la paura verso i loro stessi aguzzini: i samurai. In questo post ci addentriamo in un Giappone brulicante e oscuro: il mondo reale degli shinobi.
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Presunta lettera-testamento di Saitō Dōsan indirizzata a un suo figlio. Il documento risalirebbe al 1556
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