Un aspetto spesso trascurato nel mondo dei samurai è quello affettivo.
La parola chiave è wakashūdō, che possiamo rendere letteralmente come “la via delle genti giovani”. Il termine indica un rapporto particolare tra un uomo più anziano e uno più giovane: un rapporto che non era soltanto emotivo, ma anche fisico.
In questo post parlerò di “omosessualità” per riferirmi allo wakashūdō, pur essendo consapevole che l’associazione non è del tutto corretta. Le categorie identitarie moderne non si applicano automaticamente al passato.
Cinque Rapporti
Nell’antica Asia di matrice confuciana, i rapporti tra le persone erano concepiti quasi sempre in termini gerarchici. In Cina questo assetto è formalizzato nella cosiddetta dottrina dei "Cinque Rapporti" (五倫 Go Rin). Vengono prese in considerazione cinque “coppie”: padre e figlio, sovrano e ministro, marito e moglie, anziano e giovane, amico e amico. Di queste, solo l’ultima è paritaria; tutte le altre presuppongono una relazione asimmetrica.
Sono le ultime due coppie a interessarci, perché aiutano a comprendere le forme di amore tra uomini nell’antico Giappone.
Britannica
Confucius
Gerarchie e abusi
Nel rapporto tra anziano e giovane, la subordinazione del secondo al primo era strutturale. Questi legami si sviluppavano in contesti d’élite: nei monasteri buddhisti, nei palazzi aristocratici della capitale o nei castelli dei samurai in guerra.
Parlare di “omosessualità”, tuttavia, non deve indurci a credere che il Giappone fosse un paese “avanzato” sul piano dei diritti o della libertà individuale. Gli abusi erano frequenti, soprattutto nei templi e soprattutto nei confronti di minori.
Un caso celebre è il rapimento di Kakunyo da parte dei monaci di Miidera. Questo personaggio sarebbe divenuto un importante abate negli anni successivi, ma all’epoca era soltanto un ragazzo giudicato “troppo bello” per essere lasciato ai rivali del monastero di Enryaku-ji. L’episodio è emblematico di quanto il confine tra pratica ritualizzata e violenza fosse labile.
本朝四箇大寺
三井寺
Il fattore età
Nel mondo laico, dormire con il proprio signore era visto come un riconoscimento prestigioso, ma attirava anche invidie e pettegolezzi. Esistono casi documentati di uomini che, in gioventù, furono partner sessuali di grandi daimyō e che, crescendo, fecero carriera fino a diventare generali di alto rango all’interno del clan. Due esempi noti sono Sue Takafusa al servizio di Ōuchi Yoshitaka e Kosaka Danjō Masanobu al servizio di Takeda Shingen.
Le fonti che rivelano questi rapporti sono poche, ma consentono comunque alcune osservazioni interessanti.
In una lettera che il signore feudale Date Masamune inviò a un servitore e partner sessuale di nome Sakujūrō emerge, per esempio, un forte rimpianto per l’età che avanza. Masamune si scusa per aver sospettato un tradimento: Sakujūrō, accusato di essersi legato a un altro uomo, aveva risposto con un giuramento scritto, firmato con abbondanti quantità del proprio sangue, per ribadire la propria innocenza. Di fronte a questo gesto estremo, Masamune si commuove e si lascia andare a esternazioni sorprendenti. Ormai anziano, confessa di sentirsi inadeguato: non più capace di compiere quei gesti di dedizione radicale che per i giovani samurai erano considerati normali, forme di autolesionismo intese come prova di amore e fedeltà.
日本遺産ポータルサイト
政宗が育んだ"伊達"な文化
L'onore nell'amore
Si tende spesso a immaginare i samurai come guerrieri guidati da un generico e astratto senso di fedeltà verso il proprio signore. In realtà, nel Medioevo delle guerre non esisteva un codice condiviso e vincolante. Quello che in seguito verrà chiamato bushidō è in gran parte una costruzione posteriore. La lealtà, nel periodo Sengoku, non era un principio teorico: era il risultato di rapporti personali concreti, costruiti giorno dopo giorno.
L’obbedienza nasceva da legami tangibili: protezione, favori, promozioni, riconoscimento pubblico. In alcuni casi, anche dall’intimità fisica. Il rapporto fisico con il signore rafforzava il senso di fedeltà del servitore, e l'amore diventava espressione di onore.
Per questo non stupisce che tanti samurai fossero pronti a morire per il loro padrone. Nel caso dei compagni di wakashūdō il sentimento è comprensibile, se pensiamo che, molti anni prima, ne erano stati i partner.
Il sacrificio finale poteva apparire come l’ultimo gesto coerente di un legame nato nel corpo e sedimentato nello spirito, più che come l’applicazione automatica di un ideale guerriero.
Affetto paritario: Nobumori e Oyamada
Finora abbiamo parlato del rapporto amoroso tra anziano e giovane, ma accanto a esso esisteva anche una nozione più ampia, che possiamo indicare come shūdō: “la via delle genti”. In questo caso non vi è una definizione di età né una gerarchia esplicita. Alcuni uomini sviluppavano legami amorosi a partire da rapporti di amicizia, trasformati nel tempo in relazioni affettive ed erotiche. Proprio perché privi di valore politico, questi legami sono raramente menzionati nelle fonti antiche.
Personalmente ne conosco però uno, tratto da una fonte che si colloca sul confine tra storia e letteratura.
L’autore della Cronache dei disordini di Kai racconta la caduta del clan Takeda e, in un capitolo, descrive i due giorni furiosi che portarono alla caduta del castello di Takato, dove erano assediati Nishina Nobumori e Oyamada Protettore di Bitchū:
Dopo che Oyamada ebbe ricevuto la coppa, Nobumori disse:
“Con rispetto parlando, da anni nutrivi grandi speranze, ma mai si sono compiute; oggi, ricevendo questa coppa, finalmente puoi dissolvere le vane ossessioni di questa vita.” Parlò con tono leggero.
Questo Protettore di Bitchū, infatti, aveva nutrito a lungo affetto per Nobumori, gli aveva dedicato, mattina e sera, lettere d’amore e intimità il cui numero doveva ormai aver raggiunto il migliaio di fascicoli. E alla fine, [tutto] sarebbe passato senza che avesse ottenuto il suo affetto, come la rugiada di una sola notte su una canna: che il legame di vite precedenti [di Nobumori] non si fosse ancora consumato?
Quando si seppe che il nemico incombeva su Takato, [Il padrone] Katsuyori aveva chiesto chi intendeva offrirsi per andare in rinforzo. Tutti finsero di non aver udito; solo questo Protettore di Bitchū si offrì, e così non solo ottenne di realizzare un desiderio di anni, ma anche di suggellare un patto che sarebbe durato nelle vite future: davvero non era un legame da poco.
Poiché il Protettore di Bitchū era sempre stato un gran bevitore, chiese e richiese coppe capienti, ne inclinò sette o otto, e poi, colmo di deferenza, le porse [all'amato] Nishina. Nobumori prese la coppa, la trattenne, rise di gusto e disse:
“Più che in tutti i banchetti degli anni passati, oggi [il bere] è piacevole e carico di significato.
Chiese poi se non vi fosse da mangiare, al che Il Protettore di Bitchū rispose: "eccola qui la vivanda", e sguainò un wakizashi che pareva lungo uno shaku e otto sun, sollevò le piastre pendenti della corazza, e se lo conficcò nel ventre. Tagliò dalla mano dell'arco a quella della moglie, (dalla destra alla sinistra) premendo e facendo girare la lama. [Infine] la estrasse e la pose dinanzi [al suo amato] Nishina, cadendo riverso a terra e morendo così.
Nobumori prese quel wakizashi e, dicendo: "che rara vivanda!", se lo piantò nell'addome squarciandolo con un taglio a croce, per poi passare la coppa e la lama al Supervisore della Grande Scuola. Morì così: in posizione di ossequio.
Nel passo citato, Nobumori annuncia i sentimenti amorosi che Oyamada Protettore di Bitchū ha nutrito per anni nei suoi confronti, senza mai averli ricambiati.
Sappiamo che Nobumori aveva circa venticinque anni; l’età di Oyamada non è attestata, ma dalle fonti emerge una differenza anagrafica contenuta, probabilmente intorno ai cinque anni. Non si tratta quindi di un rapporto wakashūdō tra anziano e giovane, bensì di un legame tra pari, nato da un’amicizia e trasformato nel tempo in vincolo affettivo, almeno da parte di Oyamada. Il suo attaccamento a Nobumori fu tale da spingerlo a offrirsi volontario per difendere Takato in una situazione disperata.
Il suicidio che segue — improvvisato, violento, segnato dall’alcol e da una ritualità irregolare — suggella questa relazione in modo estremo. Non c'è nulla dello harakiri codificato della tradizione posteriore. L'autore ci descrive una strage passionale in cui intimità privata e gesto pubblico collassano l’una nell’altro.
È evidente che questo racconto presenti descrizioni fortemente esagerate. Il cronista non fu testimone diretto degli eventi e la scena, così come i dialoghi, appartiene più alla costruzione letteraria che alla cronaca in senso stretto. Tuttavia l’autore era un uomo del clan Takeda e conosceva bene i rapporti personali, le rivalità e le intimità che legavano i protagonisti della vicenda. Per questo motivo, se i dialoghi sono immaginati, il contesto non è del tutto arbitrario: riflette informazioni che un contemporaneo ben informato poteva realisticamente possedere.
Conclusioni
Nel Giappone dei samurai, i rapporti tra uomini non costituivano un’identità né un’eccezione, ma una pratica sociale inscritta in logiche di gerarchia, affetto e potere. Lo wakashūdō e le forme più ampie di shūdō non parlano di tolleranza o di trasgressione, ma di legami concreti, attraverso cui si costruivano fedeltà, carriere e memorie. Comprenderli significa rinunciare tanto all’idealizzazione quanto alla condanna retrospettiva, e accettare che anche l’intimità, in quel mondo, fosse una questione profondamente storica.