L'umiliazione di Sakuma


L'umiliazione di Sakuma

Il documento odierno risale al 1580. Fu scritto da Oda Nobunaga ed è indirizzato a Sakuma Nobumori e Nobuhide, padre e figlio. Si tratta di una 折檻状, “lettera di redarguizione”, rimasta celebre per il tono particolarmente duro con cui Nobunaga rimprovera uno dei suoi più importanti vassalli. Documenti di questo tipo sono piuttosto rari: era infrequente che i daimyō del periodo Sengoku mettessero per iscritto accuse tanto esplicite nei confronti dei loro generali.

Il bersaglio principale è Nobumori — da lungo tempo al servizio del suo signore — accusato, nel testo, di non aver dato prova di sé negli anni precedenti alla stesura del documento. Non solo: Nobunaga contesta anche la negligenza politica, affermando che l'uomo non abbia mai neppure tentato manovre diplomatiche volte a indebolire i nemici, limitandosi a restare inattivo nel proprio castello.

L'affondo più umiliante evidenzia un episodio avvenuto a Tōtōmi, durante la campagna che culminò nella catastrofica Battaglia di Mikatagahara. In quell’occasione morì un membro della famiglia Hirate, la stessa da cui proveniva il tutore di Nobunaga.

L’esercito dei Sakuma arrivò in ritardo sul campo di battaglia riuscendo poi a salvarsi senza perdite. Proprio questo dettaglio diventa uno dei punti più duri della critica: Nobunaga osserva che, se almeno alcuni uomini del seguito di Sakuma fossero caduti combattendo, la gente avrebbe potuto pensare che il generale si fosse salvato solo per caso. Il fatto che invece non vi siano state perdite diventa, paradossalmente, motivo di sospetto sulla sua condotta.

Il documento si conclude con un ultimatum molto chiaro: Nobumori e suo figlio dovranno riscattarsi sconfiggendo un nemico del loro signore, o almeno morire tentando. Infine viene intimato loro di ritirarsi dal mondo rasandosi il capo e vivendo come monaci sul Monte Kōya. La storia ci dice che sarà proprio quest’ultima la strada che segnerà la loro carriera.

Uno degli aspetti più interessanti della lettera è il linguaggio utilizzato. Nobunaga biasima i due per non aver seguito la "via del guerriero" e la "via militare”, espressioni con cui ho tradotto i termini "Mushadō" 武者道 e "Buhendō" 武辺道. Il più noto termine Bushidō 武士道, invece, non compare qui: in questa epoca non era d’uso comune.

Tutte queste espressioni indicano l’insieme delle aspettative concrete che gravavano su un comandante: prendere iniziativa, ottenere risultati, dimostrare valore sul campo. Accusare qualcuno di non seguire la “via del guerriero” significava quindi colpire la sua reputazione di comandante e la sua credibilità come vassallo.

Più che un codice morale astratto, emerge da questo documento lo scorcio di una cultura guerriera estremamente pragmatica, in cui contavano soprattutto l’efficacia e l'intraprendenza. Anche per questo la lettera di Nobunaga appare oggi come una vera e propria demolizione pubblica dell’immagine marziale di uno dei suoi generali veterani.