La repressione di Hideyoshi


La repressione di Hideyoshi

È arrivato il momento di introdurre un nuovo tipo di fonte: i diari.

Questi testi venivano scritti e conservati soprattutto da monaci e aristocratici di corte. Si tratta di registri personali, contenenti annotazioni rapide ma informative.

Uno degli episodi più sconvolgenti che ci restituiscono è passato alla storia come “incidente delle affissioni al Jurakudai”.

All’inizio del 1589, a Kyōto, vengono trovati scritti satirici e licenziosi affissi a un muro del palazzo di Toyotomi Hideyoshi — formalmente "Kampaku", di fatto signore del Giappone. Non sappiamo cosa dicessero, ma è chiaro che non erano rispettosi verso il padrone di casa.

La reazione di Hideyoshi è immediata.

Cominciano arresti e interrogatori. I responsabili vengono individuati in alcuni rōnin ospitati a Hongan-ji, un grande complesso buddhista. I monaci non esitano: si schierano con il più forte, revocano il diritto d’asilo e ordinano agli ospiti di togliersi la vita. Ma non basta: dei calunniatori non deve restare nemmeno la memoria.

E perciò, il castigo si fa collettivo.

Vengono coinvolti parenti, amici, conoscenti e persino i vicini dei presunti colpevoli. Le case vengono incendiate, interi quartieri rastrellati. Il destino di molti resta ignoto.

Le cronache buddhiste raccontano l’escalation con crescente sgomento.

Menomazioni, decapitazioni e decine di crocifissioni.

I condannati sono esibiti sui carri, prima di essere giustiziati pubblicamente lungo il fiume.

Hanno età che vanno dagli ottant’anni ai sette: anziani, bambini, uomini, donne, monaci, laici, mercanti di passaggio.

L’autore del diario non assiste direttamente alle esecuzioni, ma ascolta i racconti dei testimoni. Scrive di karma, di tempi infausti, di colpa e di innocenza. E piange.

Nel frattempo, i monaci del Hongan-ji redigono elenchi e giuramenti, nel tentativo di prendere le distanze e mostrare obbedienza all’egemone.

Dopo settimane di terrore lo scandalo si esaurisce.

La punizione è compiuta.

I diari parlano di incontri, riti e lavori, ma anche di corpi, sangue e paura.

Non sono la voce del potere, ma di chi quella violenza la subiva o la osservava impotente.

Ed è per questo che, a distanza di secoli, possono raccontarci cosa significò davvero vivere sotto il dominio di Hideyoshi.