C’è qualcosa di profondamente simbolico nei capelli e nelle barbe dei guerrieri. Presso molti popoli del passato non erano soltanto un tratto estetico, ma un segno visibile di forza, identità sociale e prestigio.
Secondo alcune cronache, quando Gengis Khan inviò degli ambasciatori mongoli in Corasmia, gli uomini furono arrestati e costretti alla rasatura del viso per volere dell'autorità locale; l’ordine fu interpretato come un’umiliazione gravissima e la risposta fu brutale: nel giro di pochi anni le armate mongole travolsero l’impero corasmio e città come Samarcanda furono conquistate e devastate.
In altre culture il valore simbolico dei capelli era ancora più profondo. Presso i Maori, ad esempio, i capelli erano considerati sacri perché associati al mana, la forza spirituale che dona prestigio e potere agli individui.
Quando la fantasia segue la storia
Credenze di questo tipo alimentano le trame di storie moderne, anche di pura fantasia. Uno degli esempi più noti è quello dei guerrieri dothraki della serie "Il Trono di Spade". I dothraki non tagliano mai i capelli finché restano imbattuti: la lunga treccia diventa la prova visibile delle vittorie accumulate in battaglia. Solo la sconfitta obbliga al taglio, in un gesto pubblico di umiliazione e sottomissione.
Una simile visione negativa traspare anche nel film "L'ultimo Samurai". A un certo punto della storia, un guerriero viene fermato da alcuni soldati che gli sequestrano la katana e gli recidono lo chignon, per poi lasciarlo in ginocchio, affranto: il loro obiettivo era spezzare il suo orgoglio.
La scena funziona bene sul piano narrativo, ma tocca anche qualcosa di reale. Nel Giappone feudale, infatti, l’acconciatura del guerriero indicava la sua appartenenza alla classe dei samurai. Abbandonarla avrebbe comportato una perdita formale del proprio status.
The parallel vision of un unknown mind
The last samurai
La vendetta di Hojo Masako
Questa realtà emerge anche da diversi episodi storicamente documentati.
Uno dei più antichi nasce da una rivalità femminile. Hōjō Masako, moglie del futuro primo shōgun Minamoto no Yoritomo, ordinò a un servitore di devastare la casa in cui si era rifugiata l’amante del marito. La relazione andava avanti da tempo, ma la vendetta di Masako si consumò solo dopo la nascita del proprio figlio.
Yoritomo non poté impedire alla moglie di agire. Masako aveva infatti invocato il diritto noto come unawariuchi (後妻打ち), letteralmente “colpire la moglie successiva”, una forma di ritorsione riconosciuta alla consorte legittima contro la donna che minacciava la sua posizione — anche se, in questo caso specifico, non si trattava di una vera seconda moglie ma semplicemente di un’amante.
La vicenda, tuttavia, non si concluse lì. L’uomo incaricato di eseguire l’attacco non aveva informato preventivamente il proprio signore dell’ordine ricevuto. Per questo motivo Yoritomo si vendicò su di lui imponendogli una punizione umiliante: il taglio dei capelli.
Secondo le fonti, il samurai sarebbe fuggito in lacrime dopo aver subito il castigo. Lo sviluppo, invece di placare lo scandalo, contribuì ad alimentare ulteriormente le tensioni all’interno del palazzo del potere.
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安養院本堂の政子像。境内には政子の供養塔もひっそりと佇む
Tombe di capelli
Nel pensiero antico, si sceglieva la calvizie quando si era pronti ad andare in ritiro monastico e abbandonare la vita politica e militare. Ma pare che non sia mancato chi ha voluto sfruttare questa abitudine per mettere in scena un finale epico.
In una celebre opera storica-letteraria, il Taiheiki (太平記), viene narrata la morte di Kusunoki Masatsura nella battaglia di Shijonawate. La trama del romanzo vuole che il samurai e i suoi compagni, tutti fedelissimi dell'imperatore, si siano tagliati lo chignon lasciandolo in un fosso prima di gettarsi nello scontro finale. Questo peculiare luogo di sepoltura sarebbe segnato ancora oggi da una stele, ma in verità tali episodi sono più legati alla dimensione folkloristica che a quella storica e non vanno presi sulla parola: nemmeno in presenza di segnalazioni locali. Tuttavia, è interessante notare come il gesto attribuito di strappare i capelli raccolti potesse anche essere un modo di dichiarare al mondo di essere pronti alla morte.
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楠木正行ゆかりの如意輪寺さんへ
Rango ed estetica
La rasatura come punizione non era riservata soltanto agli uomini. Alcuni episodi mostrano che poteva colpire anche le donne.
Alcuni esempi provengono dalla corte dello shōgun Ashikaga Yoshinori, personaggio noto nelle cronache per il temperamento violento e per i frequenti maltrattamenti inflitti a chi gli era inviso. Durante il suo governo lo shōgun arrivò perfino ad attaccare il potente complesso monastico di Enryaku-ji, anticipando di oltre un secolo il celebre intervento di Oda Nobunaga contro lo stesso centro religioso.
Le fonti ricordano almeno due donne colpite dalla collera dello shogun. Una era una semplice serva, giudicata incapace di svolgere correttamente i propri compiti; l’altra apparteneva invece all’aristocrazia ed era stata sorpresa in una relazione illecita. In entrambi i casi la punizione fu la stessa: la perdita della chioma, un gesto che esponeva pubblicamente la colpevole alla vergogna, oltre che ferire la sua bellezza.
Lo sconfitto calvo
Quando a subire questo destino era un potente signore feudale, le conseguenze non erano soltanto personali, ma potevano avere risvolti storici.
Un esempio è quello di Yoshitatsu, capo del clan Shiba e signore della Nazione giapponese di Owari. Dopo aver perso una battaglia contro i rivali del clan Imagawa, Yoshitatsu fu catturato vivo.
Si trattava di un esito insolito: i signori sconfitti finivano quasi sempre suicidi o assassinati. La cattura, invece, era un marchio di disonore difficilmente cancellabile. Nel caso di Yoshitatsu si volle infierire ulteriormente: il prigioniero fu costretto a fare ritorno nei suoi domini con i capelli tagliati e sciolti.
Formalmente l’uomo rimase al potere ancora per anni. Tuttavia la reputazione della sua casata risultò profondamente compromessa. Nel giro di poco tempo il clan Oda riuscì infatti a esautorare i propri signori Shiba, realizzando uno dei tanti rovesci di potere tipici dell’epoca — il fenomeno noto come gekokujo (下剋上). Da questa trasformazione sarebbe emersa, di lì a poco, la figura destinata a cambiare la storia del Giappone: Oda Nobunaga.
Il nuovo volto del Giappone
Un’ultima prova dell’importanza simbolica dei capelli nella società giapponese emerge dall’introduzione di una legge. Con l’avvio delle riforme dell’era Meiji il nuovo governo iniziò infatti a smantellare progressivamente il sistema delle caste, colpendo anche i segni esteriori che distinguevano i samurai dal resto della popolazione.
Tra le misure più emblematiche vi fu la cosiddetta "ordinanza sui capelli disordinati e sulla rimozione delle katana” (散髪脱刀令). Da un lato essa limitava il diritto di portare la katana, l’arma simbolo della classe guerriera; dall’altro autorizzava tutti a scegliere liberamente la propria acconciatura.
La legge non proibiva esplicitamente lo chignon dei samurai. Tuttavia incoraggiava implicitamente l’adozione di stili diversi, in particolare quelli occidentali. In pochi anni i capelli corti divennero sempre più comuni: prima tra i militari del nuovo esercito imperiale, poi nella società civile. In questo modo anche un elemento apparentemente banale come l’acconciatura contribuì a segnare la fine visibile di un’intera classe sociale.
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