La nomina di Sanae Takaichi alla guida del Partito Liberal Democratico (PLD) e, di conseguenza, al ruolo di Primo Ministro ha attirato molta attenzione in Giappone e all’estero. È la prima donna a ricoprire questo incarico, ma non è questo l’elemento significativo. Ad accendere il dibattito è soprattutto la sua postura politica, che interrompe bruscamente una fase di prudente moderazione cui i leader giapponesi recenti ci avevano abituato.
L'ala colomba
I suoi due immediati predecessori, Fumio Kishida e Shigeru Ishiba, appartenevano allo stesso partito ma si collocavano in una zona decisamente più temperata dello spettro politico. Enrambi rappresentavano l’ala “colomba” del PLD: zero svolte, zero linguaggio incendiario, e soprattutto nessuna forzatura costituzionale. Nonostante Kishida avesse i numeri per cambiarlo, l’articolo 9 – quello in cui il Giappone rinuncia formalmente alla guerra – è rimasto dov’era. Un fatto passato sottotraccia ma che ha del sorprendente, visto quanto il famoso ex Premier Shinzo Abe aveva insistito sul fatto che, a suo dire, quell'articolo andasse riscritto.
Takaichi non si è ancora mossa per la riforma costituzionale, ma la sua linea segue un andamento che si discosta in modo palese dalla cautela di chi l'ha preceduta di recente.
The Mainichi
Ishiba, Kishida taking different paths as possible successors to PM Abe
L'intervento su Taiwan
Con Takaichi, il cambio di passo è stato immediato, soprattutto nei toni.
Probabilmente anche in Italia sono arrivate le sue dichiarazioni sulla difesa di Taiwan.
Takaichi ha sostenuto il diritto del Giappone all’autodifesa nel caso in cui la Cina decidesse di ricorrere alla forza militare contro l’isola.
Dal punto di vista cinese – che considera Taiwan parte integrante del proprio territorio – il messaggio è stato chiaro: un’ingerenza inaccettabile nella politica interna. E naturalmente, la risposta non si è fatta attendere.
Il settore colpito è stato uno di quelli in cui il Giappone sta ottenendo risultati particolarmente brillanti: il turismo. Circa un quarto dei turisti in visita nell'arcipelago nel 2025 è venuto dalla Cina. Pechino ha prontamente diffuso avvisi che sconsigliavano i viaggi in Giappone. Le motivazioni ufficiali: presunti rischi per la sicurezza dei cittadini cinesi e, naturalmente, i terremoti. Quelle reali: far capire a Tokyo che le parole hanno un costo.
Takaichi si è così trovata in una posizione piuttosto scomoda, sotto pressione non solo dall’esterno ma anche all’interno del proprio partito, dove non sono mancati gli inviti a scusarsi o quantomeno a moderare i toni futuri. La Prima Ministra non ha chiesto scusa né ha ritrattato. Ha semplicemente smesso di parlare dell’argomento. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, l’intervento su Taiwan sarebbe stato improvvisato e non concordato con i vertici del partito, una leggerezza non da poco in un sistema politico in cui, per tradizione, nulla viene detto senza una lunga e accurata concertazione.
In un discorso di chiusura dei lavori parlamentari del 2024, Takaichi ha poi ribadito l’intenzione di sviluppare rapporti costruttivi con la Cina. A quel punto, però, l’eco delle sue affermazioni precedenti aveva già fatto il giro della regione.
South China Morning Post
Why does the Taiwan issue touch a nerve between Beijing and Tokyo?
Azioni e scenari
Se a parole il governo Takaichi cerca di gettare acqua sul fuoco, nei fatti sembra piuttosto impegnato ad alimentare le braci. Il ministro della Difesa ha intensificato le visite a Okinawa e alle isole meridionali, le più vicine alla Cina. Un’altra ministra, Kimi Onoda, commentando l’impatto delle restrizioni turistiche cinesi, ha osservato che forse non è saggio dipendere troppo da un solo Paese. Un’osservazione neanche troppo contestabile, che tuttavia non deve essere piaciuta a qualcuno: nelle ultime conferenze stampa, Onoda ha iniziato a evitare le domande sulla Cina, soprattutto quelle di natura militare, liquidandole come “scenari ipotetici”.
Senza volerlo, Onoda ha quindi finito per suggerire che anche l’intervento iniziale di Takaichi fosse, in fondo, una replica inutile a uno scenario ipotetico. Un corto circuito comunicativo che riflette problemi strutturali all’interno del PLD, spesso sottovalutati in Occidente, dove il partito viene ancora percepito come un blocco compatto di ultraconservatori. In realtà, è una galassia di fazioni con idee molto diverse su temi cruciali come la politica estera. Se Takaichi e Onoda hanno determinate posizioni, certi loro colleghi ne hanno altre, quindi ogni singola parola va ponderata con estrema attenzione.
The Japan Times
Economic security minister stresses crackdown on rule-breaking foreign nationals
Il bifrontismo americano
Sul fronte internazionale, Takaichi ha cercato il sostegno degli Stati Uniti, con risultati talmente ambigui che non ve li saprei esporre. Donald Trump non è esattamente noto per la pianificazione strategica di lungo periodo, e gli scambi tra i due non hanno prodotto impegni concreti. Durante una visita in Giappone, la Premier gli ha riservato un’accoglienza calorosa, arrivando persino a donargli la mazza da golf appartenuta a Shinzo Abe, che Trump considerava un amico personale. I due hanno inoltre partecipato a un evento a Yokosuka, sede della Settima Flotta americana. Trump ha arringato i militari, con la padrona di casa che si sbracciava entusiasta come una cheerleader. Tutto bene e tutto bello, quindi?
Non proprio.
Secondo indiscrezioni del Washington Post, in una telefonata avvenuta dopo l'incidente dello "scenario ipotetico" di Takaichi, Trump avrebbe consigliato alla sua controparte giapponese di non ritrattare le proprie affermazioni – farlo sarebbe segno di debolezza – ma al tempo stesso di evitare uscite simili in futuro. Un consiglio che, a ben vedere, riassume perfettamente la linea seguita finora dal governo giapponese.
Poi però Trump si è recato in Cina a parlare di affari, ciò che più gli interessa, e non risulta che abbia espresso consigli altrettanto “audaci” al Presidente cinese o che, se lo ha fatto in privato, li abbia poi fatti trapelare, mettendo Xi Jinping in imbarazzo. Evidentemente, le parti in causa non stanno tutte sullo stesso piano, ma questo è, si sa, un segreto di Pulcinella.
Che piaccia o meno riconoscerlo, dal dopoguerra a oggi il Giappone ha di fatto delegato la propria politica estera a Washington. Ne hanno scritto e discusso eminenti esperti di politica nipponica come Chalmers Johnson, non certo Alessandro Amitrani. Non sono mancati Primi Ministri assertivi – si pensi a Yasuhiro Nakasone – che hanno parlato del Giappone come di una “portaerei inaffondabile” e annunciato investimenti nella Difesa, ma sempre e solo dopo l’approvazione americana. Trump è interessato ad avere alleati meno dipendenti dagli Stati Uniti sul piano militare, ma sul confronto con la Cina mostra un’attenzione intermittente, e questo per Takaichi rappresenta un problema tutt’altro che secondario.
The Japan News
Takaichi, Trump Visit Yokosuka Naval Base, Speak to U.S. Servicemen
L'asse continentale: Giappone solo contro tutti
Dall'altra parte abbiamo una Cina che non molla la presa. Russia e Nord Corea, suoi due partner storici, si sono subito allineati a Pechino, reprimendo il Giappone e sostenendo la posizione cinese. I russi hanno anche fatto sfoggio di mezzi militari, assieme ai cinesi, sorvolando i mari tra le isole giapponesi. Non c'è stata violazione dello spazio aereo, ma il messaggio è chiaro: "Voi siete soli. La Cina no".
Il nordcoreano Kim Jong Un, dal canto suo, ha sottolineato il rischio che il Giappone possa dotarsi dell’arma atomica, e ribadito che le sue ambizioni debbano essere prevenute a ogni costo. Le affermazioni sono seguite a una velina ambigua proveniente da Tokyo, secondo cui un membro dello staff di Takaichi avrebbe detto, in un contesto non ben definito, che al Giappone serve una deterrenza nucleare, ma che è irrealistica da ottenere.
Mentre il Sol Levante si perde in queste considerazioni ambigue, la diplomazia cinese si muove per ottenere ulteriore consenso sulla sua posizione riguardo Taiwan. Xi Jinping si è rivolto a Paesi come la Francia, senza però ottenere riscontri significativi.
In ogni caso, è evidente che il coltello dalla parte del manico ce l’abbiano i cinesi, e che i giapponesi debbano fare attenzione anche a come parlano. Al netto degli show sulle navi da guerra, l’attuale amministrazione americana non sembra disposta a sostenere il Giappone con convinzione. Alcuni parlamentari democratici hanno esortato Trump a mostrarsi più partecipe delle difficoltà dell’alleato nel Pacifico, ma il Presidente resta fedele al suo mantra dell“America First”, impegnato in trattative complesse su dazi e altri dossier delicati con Pechino. Una situazione tutt’altro che rosea per Takaichi.
The Conversation
Xi’s show of unity with Putin and Kim could complicate China’s delicate diplomatic balance
Proteste e critiche: l'altra faccia del Sol Levante
Nel frattempo, fuori dai palazzi, qualcosa si muove.
In Giappone, dove le manifestazioni non sono esattamente all’ordine del giorno, le proteste sono aumentate. Molti dei manifestanti sono sostenitori di Takaichi o, in generale, di coloro che appoggiano la linea dura sull’immigrazione; altri, al contrario, parlano di "razzismo" e "discorsi d'odio", giudicando la retorica del governo discriminatoria. Oltre ai cortei, sul web si sono attivati gruppi di pacifisti a cui non è piaciuta per nulla la velina trapelata dal governo sulla necessità di dotarsi di armi atomiche, così come i parenti delle vittime del "karoshi", la morte per eccesso di lavoro, preoccupati dai segnali che l'amministrazione Takaichi sta dando su una possibile riforma al tetto delle ore di straordinari.
Nel giro di un paio di mesi, Takaichi ha già perso qualche punto di gradimento nei sondaggi, e il 66% degli intervistati ha dichiarato preoccupazione per il braccio di ferro con la Cina. Tutti elementi che indicano come il prossimo anno sarà necessario adottare un approccio più cauto su numerosi dossier. La componente maggioritaria del Parlamento è nel complesso favorevole alle riforme in materia di sicurezza e immigrazione; quindi, Takaichi dovrebbe essere in grado di proseguire il proprio lavoro senza ostacoli immediati; tuttavia, le tensioni sociali sono in aumento, e questo è un dato di fatto.
The Sankei Shimbun
「高市政権打倒デモ」都内で2000人練り歩く 「中国への侵略阻止を」右翼団体が怒声も
Economia e riso: il punto dove il fallimento diventa imbarazzo
Sul fronte fiscale e del carovita, finora è stato fatto ben poco. Si parla – ma non si legifera – di aumenti del salario minimo; zero discussioni sulle contromisure all’indebolimento dello yen; nessuna riduzione significativa di tasse o dei costi dei beni alimentari, che continuano a salire mentre Takaichi mette al centro le spese militari. Il riso ha raggiunto livelli di prezzo record. Il riso: un bene alimentare di prima necessità, presente su ogni tavola giapponese. Venne introdotto in Giappone in epoche antichissime, ma oggi nei supermercati si trova sempre più spesso un altro tipo di riso, di qualità inferiore, proveniente dalla California. Per un certo periodo, questo riso americano è stato l’unico disponibile a prezzi ragionevoli, ed è andato letteralmente a ruba.
Il problema risale a qualche tempo addietro, e non è da imputare a Takaichi, ma l'attuale Premier non sta lavorando seriamente per mitigare i prezzi di un bene alimentare così importante.
È difficile immaginare un’umiliazione peggiore per un Paese con una storia così profondamente intrecciata al riso, costretto a importarlo in fretta e furia da una nazione che non ne condivide il retroterra storico e culturale. Anche questo è un segnale di debolezza: soprattutto simbolica, ma non per questo meno eloquente.
Furifuru
お米価格高騰!最近よく見る「カリフォルニア米」って美味しいの? 〜背景・味・日本の米農家への影響を徹底解説〜
L'invasione del nord: gli orsi reclamano territorio
In aggiunta, un fenomeno inquietante ha preso piede nelle città del nord. Si sono verificati numerosi avvistamenti di orsi in centri abitati, e gli incidenti vanno aumentando. Nelle periferie ci sono anche stati dei morti. Le comunità locali non riescono a far fronte a questa invasione inaspettata, ed è stato necessario coinvolgere le forze di auto-difesa. Un ulteriore sfida, che rammenta ai giapponesi il più grave problema che il Sol Levante dovrà affrontare negli anni e i decenni a venire: il calo di popolazione.
I giapponesi tendono ad allontanarsi da luoghi periferici come questi paesi invasi dagli orsi, e il dibattito sul contenimento del flusso di lavoratori immigrati inevitabilmente aggraverà problemi analoghi. Meno persone significa meno sicurezza per le strade, non per scoraggiare i criminali, bensì semplici animali selvatici che non dovrebbero trovarsi in quei luoghi ma che, complice anche l'assenza di persone, finiscono a girovagare nei pressi di scuole, asili infantili, e persino penetrare in appartamenti, negozi e stazioni termali.
Oggi il nord del Giappone sta diventando un luogo meno sicuro, e non per colpa di immigrati clandestini.
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I limiti della IA nel mercato del lavoro
Takaichi afferma di voler sviluppare l’intelligenza artificiale per compensare la riduzione della forza lavoro. Il dilemma è che nessun chatbot può ripopolare i centri urbani, garantendo sicurezza e “deterrenza” contro l’avanzata di orsi e altri agenti di Madre Natura. Allo stesso modo, Gemini e ChatGPT non possono lavorare nei centri di assistenza per anziani, nelle fattorie o nei cantieri: tutti quei luoghi che i giapponesi tendono a evitare sempre di più e che, al contrario, filippini, vietnamiti e indonesiani stanno progressivamente occupando, per il bene dei cittadini e residenti in Giappone.
Il punto centrale non è tanto la disponibilità di lavoro in sé, quanto il fatto che una parte crescente della popolazione giapponese rifiuta interi settori occupazionali. In assenza di una reale competizione con la manodopera locale, questi spazi vengono occupati da lavoratori stranieri, senza che si produca uno scontro sociale aperto come quello osservabile in altri contesti.
Tuttavia, il governo ha sorprendentemente annunciato l’introduzione di limiti al numero di visti lavorativi emessi ogni anno, segnalando la volontà di contenere l’immigrazione regolare. Se da un lato questa scelta rassicura i partiti populisti, il cui sostegno sarà necessario in futuro sulle riforme della sicurezza, dall’altro infligge un ulteriore danno all’economia giapponese.
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Conclusioni
In definitiva, il problema del governo Takaichi non è tanto l’aver espresso una linea più assertiva, quanto l’averlo fatto senza disporre degli strumenti politici, economici e strategici per sostenerla fino in fondo. In un contesto regionale dominato da rapporti di forza asimmetrici, alleanze incerte e dipendenze strutturali, le parole pesano quanto – e talvolta più – delle azioni.
Il Giappone resta una potenza economica avanzata, ma politicamente vincolata; un Paese che vorrebbe emanciparsi, pur continuando a delegare; che invoca deterrenza mentre fatica a garantire sicurezza sociale e coesione interna. In questo quadro, la leadership di Takaichi appare meno come l’inizio di una svolta e più come il sintomo di una tensione irrisolta: quella di uno Stato che cerca un nuovo ruolo internazionale senza aver ancora deciso quanto è disposto a pagarne il prezzo.