C'è molta confusione sul ruolo che il Tennō, l'imperatore giapponese, rivestiva in epoca feudale.
In passato si tendeva a considerarlo il signore assoluto della Nazione. Si riteneva che i samurai gli giurassero fedeltà e combattessero in suo nome fino alla morte.
Questa lettura ideologica è tipica del pensiero nazionalista. Julius Evola, per esempio, nella sua opera La religione del samurai afferma quanto segue:
"[...] nell'imperatore il samurai proietta, per così dire, il suo stesso ideale spirituale, in cui egli va a riconoscere il «Re» simbolico di cui si è detto nell'allegoria dei cinque ranghi del merito. Nasce dunque la possibilità di un parallelismo fra la disciplina spirituale e la disciplina politica, nel trasfigurare con un significato superiore tutto ciò che è rinuncia, servizio, lotta, sacrificio, conoscenza e sapienza pel bene e la potenza della comunità, di cui l'Imperatore è il vertice. Tutto ciò va dunque ad assumere per il samurai un valore rituale, e quello di una via di realizzazione interiore. Anche il sacrificio supremo per la patria vale così al samurai come il sacrificio della parte irreale e caduca di se stessi di fronte alla coscienza superindividuale allo stato supremo di se stesso, ove è la suprema liberazione, il nirvâna.
In questo brano emergono i tipici luoghi comuni del rapporto tra guerriero e sovrano: idealismo, spiritualismo, dedizione totale, "sacrificio supremo", "realizzazione interiore"...
Ma la realtà storica riflette davvero questa narrazione? Le vicende antiche ci restituiscono un quadro decisamente più realistico, delineando il contesto cui si svolgeva il servizio del samurai.
Favori e servizi
La comprensione del ruolo del Tennō si fa più chiara se si introduce la figura dello shōgun. L'imperatore rappresentava la massima autorità del Giappone; tuttavia, a partire dal Medioevo, egli smise di governare direttamente. Politica e amministrazione venivano delegate a un suo nominato: lo shōgun, appunto.
Chi ricopriva questa carica comandava tutti i guerrieri dell'arcipelago: legittimava i loro possedimenti e gliene assegnava di nuovi. In cambio, i samurai lavoravano alla sua corte e operavano nelle campagne militari a cui gli veniva ordinato di prendere parte.
Questa è l'espressione più tipica del cosiddetto rapporto tra "favori e servizi" (御恩と奉公).
Tale legame non era vincolato da un contratto di impiego vero e proprio, ma poggiava su una sorta di pragmatismo etico: se il signore avesse disatteso i suoi obblighi di premiatore, gli uomini lo avrebbero abbandonato. Nessuna retorica sul "sacrificio supremo" o sulla stoica accettazione della "realizzazione interiore", li avrebbe spinti a servire per sempre un padrone ingrato.
I samurai stavano sotto a colui che riconosceva le loro conquiste e donava loro ricompense giuste. Questo garante poteva essere lo shōgun, oppure un generico signore feudale, ma non era normalmente l'imperatore: il sovrano aveva ben altri compiti a cui dedicarsi.
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Nomine imperiali
Tra le prerogative principali del Tennō vi era la nomina dei "ministri". Costoro in antichità erano nobili di Kyoto che amministravano il Paese come funzionari o incaricati speciali. Durante il Medioevo, però, l'unica carica dotata di un peso politico effettivo divenne quella dello shōgun.
L'imperatore formalizzava la nomina del signore di tutti i samurai, ma va specificato che non lo sceglieva liberamente. Egli, infatti, emergeva acclamato dalla maggioranza dei guerrieri a seguito di una guerra sanguinosa. Giunto al termine della sua generazione di comando, prossimo al ritiro o alla morte, lo shōgun in carica esigeva che a prendere il suo posto fosse uno dei suoi figli o fratelli: il Tennō si limitava quindi a ratificare la nomina imposta dal suo stesso "delegato".
Eppure, in mancanza dell'ordinanza imperiale, lo shōgun non poteva governare serenamente: l'investitura era un requisito formale che ogni pretendente doveva necessariamente possedere.
Un esempio significativo è quello di Ashikaga Takauji, capostipite della seconda dinastia shogunale. Egli divenne egemone del Giappone nel 1338, a seguito di una guerra contro l'imperatore. Questi abbandonò la capitale da sconfitto e naturalmente non diede l'assenso alla nomina del suo odiato rivale. Per risolvere l'impasse, Takauji dovette quindi trovare un parente del Tennō esule, convincerlo a schierarsi con lui e insediarlo come imperatore fantoccio affinché lo proclamasse finalmente shōgun.
Il conflitto con il sovrano originario, e i suoi successori, sarebbe proseguito ancora a lungo, ma almeno la famiglia Ashikaga trovò un espediente per legittimare la propria posizione formalmente molto precaria.
Riavvio del calendario
Uno dei poteri più sottovalutati del Tennō è la "manipolazione del tempo".
In Giappone, oggi come in passato, l'ascesa al trono di un nuovo sovrano comporta l'azzeramento del calendario: il conteggio riparte dall'anno primo del regno e prosegue fino alla morte o all'abdicazione dell'imperatore.
Tuttavia, anticamente il sovrano nipponico ordinava il cambio di era imperiale (年号) anche in concomitanza di altri eventi: una carestia, una guerra particolarmente distruttiva, la dipartita di una persona importante, l'ascesa di un leader giusto...
La scelta di come scandire la cronistoria del proprio dominio spettava principalmente a lui. Naturalmente, lo shōgun o altri personaggi potenti potevano influenzare le sue scelte o chiedergli apertamente di inaugurare una nuova era per propri interessi personali. In questi casi, la richiesta doveva essere accompagnata da un adeguato "incentivo economico".
Parliamo di un potente strumento di propaganda. Il popolo, flagellato dalle sofferenze, voleva sapere quando il periodo difficile sarebbe terminato; promettere la fine di una fase nefasta e l'alba di un nuovo ciclo era un modo efficace di consolidare il consenso.
Proprio per questo motivo, nel 1570 lo shōgun Yoshiaki chiese all'imperatore di decretare la fine dell'era "Eiroku" e l'inizio dell'epoca "Genki" dopo che ebbe conquistato pacificamente la capitale. L'imperatore soddisfò la sua richiesta dietro pagamento, e il Giappone visse per qualche tempo nell'illusione che il peggio fosse ormai passato.
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Comunione con gli dèi
Il Tennō, è risaputo, veniva considerato un discendente della dea del Sole. Questo rapporto lo rendeva la persona più autorevole per interloquire con le divinità.
Le calamità naturali erano una costante drammatica, ed era convinzione diffusa che solo l'intervento celeste potesse prevenirle o mitigarne gli effetti. I sovrani dedicavano dunque gran parte della propria esistenza a riti e cerimonie, frequentando templi e santuari per invocare il sostegno degli dèi nei momenti di crisi.
Caso emblematico furono le invasioni mongole del Giappone: un evento bellico che risale alla seconda metà del XIII secolo e che scosse l'arcipelago portando angoscia e preoccupazioni. In quell'occasione L'imperatore fu in prima linea, dedito a preghiere incessanti per la "sottomissione della Nazione nemica" (敵国降伏). La venuta del tifone, che colpì la flotta degli invasori in un momento provvidenziale, fu percepita come la risposta diretta delle divinità alle suppliche del sovrano.
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第279回 福岡・筥崎宮-「敵国降伏」扁額に込められた「徳の力」
Alfa e omega della guerra
Il Tennō non scatenava conflitti, ma poteva giustificare chi ne iniziava uno. Diede prova di questo potere nel 1582, quando Oda Nobunaga lanciò la spedizione punitiva contro il clan Takeda. I samurai presi di mira vennero etichettati dalla corte imperiale come "barbari dell'est" (東夷). Tramite decreto, l'imperatore Ogimachi ordinò a templi e santuari di pregare per il trionfo di Nobunaga. In questa occasione, persino il primogenito del sovrano invocò il successo della spedizione.
La guerra finì in poco tempo, come spesso accadeva quando un'operazione militare riceveva un simile sostegno simbolico.
Pochi anni prima, però, l'intervento imperiale in una campagna di Nobunaga era stato di tutt'altra natura. Nel 1580 il potente egemone era pronto a sferrare il colpo di grazia alla fortezza di Ishiyama Hongan-ji a Osaka: la roccaforte buddhista che per anni lo aveva ostacolato, decimando i suoi generali e uccidendo persino suoi consanguinei.
In questo scenario il Tennō auspicò un finale pacifico, e intervenne esortando Nobunaga a cercare l'accordo. L'assedio si concluse quindi con la capitolazione dell'abate, ma il conquistatore rinunciò al bagno di sangue che, come testimoniato da alcune epistole di quegli anni, aveva dichiarato di voler compiere contro Osaka.
Questi due episodi antitetici mostrano come, al netto di un potere politico pressoché inesistente, l'autorità morale e sacrale del Tennō poteva condizionare il principio e la fine dei conflitti.
L'anomalia dinastica
Da quanto descritto emerge il reale profilo del sovrano. Gli imperatori giapponesi non regnavano, al massimo legittimavano. Non controllavano la politica: manipolavano il tempo. Non impartivano ordini ai guerrieri, ma piuttosto imploravano gli dèi.
Visto questo stato di cose, era molto difficile che il Tennō potesse interagire direttamente con il semplice samurai, il quale occupava un posto basso nella scala gerarchica rispetto allo shōgun o agli aristocratici della capitale.
Tuttavia, le eccezioni sono esistite. La più celebre è quella di Go-daigo, un sovrano assertivo che nel 1333 tentò di porre il Giappone sotto il proprio controllo diretto, supervisionando anche l'assegnazione dei feudi ai samurai che lo servivano.
Il suo esperimento si rivelò effimero: Go-daigo fu sconfitto e costretto alla fuga dopo un periodo di Restaurazione di pochi anni, sebbene i suoi fedelissimi abbiano continuato a mandare avanti uno Stato ribelle per oltre mezzo secolo.
Quando Julius Evola riconduce alla storia il legame mistico tra samurai e imperatore sta quindi facendo riferimento, forse inconsapevolmente, a questa parentesi anomala.
Eppure, nel Medioevo si combatteva sempre per il garante di terre e ricompense materiali: lo shōgun o il signore feudale. L'intera classe guerriera rispondeva a chi deteneva il potere esecutivo e distributivo, mentre il Tennō, che osservava dall'alto, era figura da riconoscere in modo distaccato, come arbitro della politica e mediatore del sacro. Il servizio diretto del samurai al Tennō è stato, quindi, più un'eccezione che la regola.
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Kiyochika: Emperor Go-daigo Being Carried to Shore