"Carcerati fluttuanti": anatomia del ronin


La figura del rōnin vive un curioso paradosso: è poco conosciuta come categoria storica, ma fin troppo familiare come immagine del samurai” che tutti credono di conoscere.

Il termine richiama subito alla mente i celebri quarantasette rōnin, ricordati per un singolo episodio più che per le loro vicende personali. Poi c’è Miyamoto Musashi, guerriero indipendente e duellante eccezionale, figura quasi unanimemente amata. E, per chi è cresciuto con il cinema classico, ci sono i rōnin immaginari di Akira Kurosawa, soprattutto quelli incarnati da Toshirō Mifune: uomini ruvidi ma giusti, pronti a schierarsi dalla parte dei più deboli.

Tutti questi esempi, però, hanno un limite comune: non descrivono davvero che cosa fosse un rōnin tipico” nellepoca Sengoku.

Prima ancora che un samurai senza padrone, il rōnin era un guerriero senza terra: un uomo sradicato che, privo di una propria base territoriale, finiva per dipendere totalmente dalla volontà e dalle risorse di chi lo accoglieva temporaneamente.

In questo post vedremo quindi alcuni casi reali di guerrieri che furono rōnin per un certo periodo della loro vita, e che segnarono la storia del Giappone nel secolo dei conflitti. Le loro storie esprimono un'immagine distante dallicona idealizzata a cui siamo abituati.

Saitō Tatsuoki: il peso della perdita

Il primo esempio mostra quanto, nel Giappone di Sengoku, la caduta potesse essere rapida e profonda.

Saitō Tatsuoki fu un potente daimyō della Nazione di Mino: signore feudale erede di un vasto dominio. Perse la guerra contro l'invasore Oda Nobunaga, ma, invece di togliersi la vita, scelse la fuga. Perse titolo, terre e seguito, diventando rōnin.

Da quel momento la sua esistenza fu legata allo scontro con luomo che lo aveva privato di tutto.

Combatté contro Nobunaga come semplice comandante di ventura, partecipando alla battaglia di Noda–Fukushima, e morì coprendo la ritirata del clan Asakura nellimboscata di Tonezaka, sempre contro il suo odiato rivale Nobunaga.

La sua vicenda chiarisce un punto essenziale: il rōnin solitamente non nasceva da una scelta ideale, ma da un fallimento politico e militare.

Yamamoto Kansuke: la mente prima del corpo

Ci fu poi chi scelse di vivere non per vendetta, ma per dimostrare il proprio valore. È il caso di Yamamoto Kansuke, figura poco documentata e a lungo ritenuta leggendaria. Orbo, zoppo e segnato da deformità fisiche, era un semplice rōnin quando approdò al servizio dei Takeda, diventando poi samurai e passando alla tradizione come lo stratega massimo di Shingen.

In realtà, Kansuke fu probabilmente uno dei consiglieri militari dei Takeda, un primus inter pares allinterno del consiglio di guerra. Le fonti ne esaltano le capacità, contribuendo alla costruzione del mito, ma il suo ruolo fu di certo magnificato.

La sua morte a Kawanakajima rafforza questo sospetto: una battaglia decisa prima di tutto dall'improvvisazione, in cui i piani originari furono stravolti da scelte prese sul momento.

La storia di Kansuke ci insegna però che la capacità di analizzare la battaglia dall'alto era tanto importante per un rōnin quanto quella di combatterla con le armi in mano.

Nato senza lignaggio e segnato nel corpo, Kansuke dimostrò che non serve avere il fisico del guerriero per esserlo davvero.

Honda Masanobu: il ritorno dal basso

Ciò che spesso si dimentica è che il rapporto tra guerriero e signore era, prima di tutto, un servizio. E i servizi, per loro natura, possono essere interrotti e ricostituiti con una facilità maggiore di quanto la retorica classica voglia far credere.

La vita di Honda Masanobu ne è prova evidente. Generale di rilievo al servizio di Tokugawa Ieyasu, il futuro shōgun, compì una scelta che sembrò arrestarne definitivamente la carriera: durante una sommossa, il generale si schierò con i ribelli. La conseguenza fu immediata: il congedo da parte di Ieyasu.

Honda divenne così un rōnin, costretto all'indigenza in una terra remota. Eppure, la storia non finì lì. Su mediazione di terzi, il padrone accettò di riammetterlo nel clan, anni dopo, ma a condizioni drasticamente ridimensionate. Honda tornò non come comandante, bensì come semplice maestro dei falchi. Non sfidò più il suo signore e accettò di ripartire dal basso, fino a riconquistare, col tempo, il ruolo di generale primario dei Tokugawa.

Accettando la degradazione senza rancori, Honda riuscì a rientrare nel sistema e a riconquistare un posto centrale, dimostrando che accettazione e adattamento contavano spesso più della coerenza nel pensiero.

Kamiizumi Nobutsuna: tra guerra e arti marziali

Il terzo esempio è quello di un rōnin di successo”, unprecursore del modello che diventerà riconoscibile solo in epoca Edo: una figura rara nel vortice di Sengoku, in cui la condizione di vagabondaggio coincideva quasi sempre con la rovina.

Kamiizumi Nobutsuna nacque samurai, ma le sue origini restano in gran parte oscure. Sappiamo che ricoprì un incarico nel castello di Minowa, una roccaforte che resistette a numerosi assalti di Takeda Shingen. Le fonti tacciono sui protagonisti di quella difesa, ma la tradizione attribuisce a Kamiizumi un ruolo centrale.

Quando il castello cadde e il comandante si tolse la vita, Shingen avrebbe tentato di attirare Kamiizumi nel proprio schieramento, promettendogli onori e ricompense. Secondo le fonti takediane, egli rifiutò. Scelse di diventare rōnin, piuttosto che servire coloro contro cui aveva combattuto così a lungo.

Lasciato andare, Kamiizumi dedicò il resto della vita alle arti marziali, fondando la Shinkage-ryū, destinata a diventare una delle scuole più influenti dellepoca Edo. A differenza di Tatsuoki, reso rōnin dagli eventi e incapace di reinventarsi, Kamiizumi lo divenne per scelta. In unepoca in cui essere senza padrone era quasi sempre una caduta, trasformò quella condizione in un percorso, anticipando il modello del rōnin marziale che, come Miyamoto Musashi, avrebbe cercato nellarte – più che nel servizio – una nuova forma di legittimazione.

Mizuno Katsushige: "troppo bello per essere legato a qualcuno"

Lultimo rōnin di Sengoku è un giovane irruento, segnato da un rapporto difficile con il padre.

Mizuno Katsushige si formò come samurai, e servì il futuro shōgun Tokugawa Ieyasu al fianco del genitore, prendendo parte a diverse campagne militari. La sua intraprendenza eccessiva, però, gli costò cara: il padre lo diseredò per presunti atti di disobbedienza, spezzando ogni legame familiare. Katsushige precipitò così nella condizione di rōnin e si spostò verso ovest in cerca di nuovi padroni: uomini che avevano già scelto di sottomettersi al Kampaku Hideyoshi.

Il Giappone era ormai entrato nella pace imposta da questo egemone, e le guerre a cui Katsushige partecipò ebbero tutte un esito già scritto. Alla morte di Hideyoshi, nel clima di incertezza che ne seguì, avvenne la riconciliazione con il padre. Katsushige tornò così tra le file dei Tokugawa e combatté nella battaglia che portò all'unificazione del Giappone. Una scelta che gli salvò la carriera: chi rimase fedele ai Toyotomi scomparve nei decenni successivi.

Per aver trascorso buona parte della sua vita adulta al servizio di tanti daimyō subordinati a Hideyoshi, fu soprannominato il guerriero "troppo grande per essere legato a qualcuno".

Un'espressione che suggerisce il passaggio d'epoca da una fase in cui l'obbedienza era sinonimo di sopravvivenza, a una in cui la mobilità era indice di qualità.

Nellera della lunga pace, Mizuno Katsushige conobbe Miyamoto Musashi, che aveva combattuto i Toyotomi nell'assedio di Osaka proprio nelle schiere del suo clan. Un incontro simbolico, quasi un passaggio di testimone tra un rōnin occasionale e il guerriero destinato a esserlo per tutta la vita adulta.

Rōnin: criminali o raminghi?

Nelluso moderno, la parola rōnin è scritta 浪人, uomo fluttuante”. Un termine dal sapore quasi romantico, che richiama i raminghi della tradizione letteraria e cinematografica. Nei documenti del periodo Sengoku, però, il termine compare spesso come 牢人, carcerato”. Una definizione sprezzante, che riflette la percezione concreta di questi individui: criminali senza casa, socialmente pericolosi, pronti alla violenza pur di sopravvivere.

C'è però un elemento da considerare: i casi che ho citato riguardano uomini celebri che, pur essendo stati rōnin, sopravvissero nelle fonti perché plasmarono la storia del loro tempo. La stragrande maggioranza dei rōnin di allora è stata invece dimenticata: una massa invisibile di criminali "carcerati" che, proprio per la sua assenza nella cronache, ha lasciato spazio al mito.

È per questo scarto che limmagine del rōnin altruista, difensore dei contadini e dei deboli — resa celebre dal cinema di Kurosawa — risulta suggestiva, ma difficilmente rappresentativa della realtà storica.

Non a caso, nelle fonti di epoca Edo si tende a evitare letichetta di "rōnin" per figure come Miyamoto Musashi, preferendo il termine 客分 kyakubun, ospite”. Uomini senza padrone fisso, ma accolti e foraggiati per le loro competenze spendibili: arti marziali, strategia, architettura, tecniche di sopravvivenza. Talento messo temporaneamente al servizio di chi poteva permetterselo.

I quarantasette rōnin di Akō costituiscono invece uneccezione. La loro vendetta, violenta ma percepita come moralmente giustificata, fu considerata straordinaria già allepoca. In un Giappone ricco di storie di faide e regolamenti di conti, unazione compiuta fuori dal contesto familiare ed esclusivamente per onorare un padrone perduto era abbastanza rara da meritare di diventare leggenda.

Conclusione

I rōnin di Sengoku non condividono un destino comune, ma una condizione: lassenza di un legame stabile in un mondo che viveva di legami.

Più che la libertà, la loro era la ricerca di un nuovo radicamento: perché nel Giappone medievale, un samurai senza terra era un uomo a metà, destinato a vivere della carità altrui.

Ci fu chi cadde senza riuscire a risollevarsi, chi seppe trasformare lerranza in competenza, chi tornò al servizio accettando di ripartire dal basso. Solo più tardi, in un Giappone pacificato, si sviluppò la tendenza a condensare questa varietà in ununica immagine: quella del guerriero libero, solitario e intraprendente.

Capire i rōnin di Sengoku significa quindi fare un passo indietro rispetto al mito, e osservare non degli eroi, ma uomini che cercavano, in modi diversi, un posto in un mondo che stava cambiando.